Geologia e arte, lo schema stratigrafico di Licata

Strane creature gli esseri umani… così avvezzi a catalogare ogni cosa e a frazionare la realtà in settori da non saper più vedere o accettare i limiti sfumati che queste suddivisioni spesso comportano. Ci appare scontato quindi che arte (o qualsiasi disciplina umanistica) e geologia (o, parimenti, qualsiasi disciplina scientifica) siano universi separati e paralleli, impossibilitati persino al dialogo. Eppure… 

La mostra pittorica “Dolomiti d’acqua” che si è tenuta nel corso dell’autunno a Belluno nell’ambito della rassegna “Oltre le Vette 2016” mi ha dato modo di sperimentare dal vivo un approccio particolare alle opere d’arte: quello dettato dall’occhio del geologo.

In questo senso, alcuni dei quadri esposti davano lo spunto per brevi digressioni: si poteva così accennare alle miniere del Fursil nella sala degli acquerelli, per poi dedicarsi alle pallide pareti dolomitiche delle opere di Ciardi, oppure soffermarsi sulla morfologia della Valbelluna nelle vedute di Cima o ancora sull’origine dei profili frastagliati del Bosconero di Tomea, fino a smontare gli aspetti poetici dell’Enrosadira grazie alle Tre Cime rappresentate da Bet. E molto altro ancora.

Piuttosto facile, si potrebbe dire, parlare di geologia di fronte a un’opera che rappresenta, più o meno fedelmente, le Dolomiti! Già… ma per passare dagli artisti di fine ottocento ai dipinti dei contemporanei è necessario attraversare l’astrattismo. E qui le cose sembrano complicarsi. Eppure…

Tra tutte le opere esposte, una in particolare si è merita la menzione d’onore “geologico” e, guarda caso, è proprio un’opera astratta: si tratta di “Venezia” (1982) di Riccardo Licata. Spiegherò presto la motivazione, ma prima introduciamo il nostro artista e insospettabile geologo.

Riccardo Licata e il suo alfabeto

Riccardo Licata nasce a Torino il 20 dicembre del 1929. Dopo alcuni anni a Parigi e poi a Roma, nel 1946 si trasferisce con la madre a Venezia; qui, l’anno successivo, si iscrive al Liceo Artistico dove è allievo di Luciano Gasperi e Mario De Luigi. Antonio Salvatori lo avvicina alla cultura della Bauhaus, mentre Romualdo Scarpa lo inizia al mosaico, arte decisiva per il suo futuro.

Nel 1948 alla Biennale Internazionale di Venezia conosce gli artisti del Fronte Nuovo delle Arti; l’anno successivo costituisce un gruppo di tendenza astratta con altri giovani artisti.

Fig. 1 – Riccardo Licata (1929-2014) e il suo alfabeto. Fonte: Wikimedia

Nel 1950 s’iscrive all’Accademia di Belle Arti di Venezia e comincia ad esporre. Conosce Gino Severini, che raggiungerà a Parigi come assistente alla cattedra di mosaico. Inizia a vivere tra la capitale francese e Venezia, città in cui mantiene il proprio studio e insegna tecniche dell’incisione.

La sua prima esposizione personale si tiene a Venezia nel 1951, ne seguono altre 400 in 35 diverse Nazioni. Dal 1952 ha esposto alla Biennale di Venezia, di San Paolo del Brasile, di Tokyo, di Parigi, di Lubiana, di Alessandria d’Egitto, alle Quadriennali di Roma, le Triennali di Milano e nei principali Salons parigini.

Suoi grandi mosaici sono installati in diverse città italiane e francesi. Sue opere si trovano nei Musei d’Arte Moderna di tutto il mondo.

Si è occupato anche di scenografie teatrali e di balletto.

Muore a Venezia il 19 febbraio 2014.

La caratteristica inconfondibile della sua produzione, in particolar modo negli oli su tela, nelle tecniche miste e nelle serigrafie a tiratura limitata, è il suo linguaggio artistico: una specie di alfabeto composto da simboli misteriosi e da tratti grafici, da lui stesso definiti “lettere immaginarie”, che costituiscono una “scrittura grafico-pittorica” ispirata al linguaggio musicale. Attraverso queste immagini l’artista esprime ciò che sente nel momento in cui realizza l’opera, trasformandole quindi in una “scrittura dell’esistenza”.

Formazioni in 3D

L’excursus è stato fin troppo ampio se paragonato alla mia competenza artistica e quindi rientro subito nei ranghi; chi volesse conoscere più in dettaglio la vita e l’opera di Riccardo Licata può attingere alla copiosa sitografia rintracciabile sul web (o magari visitare uno o più musei d’arte moderna, che male non fa).

Qui dobbiamo invece dare conto dell’altro argomento che il titolo richiama, ovvero gli aspetti geologici e, nello specifico, spiegare brevemente cos’è uno schema dei rapporti stratigrafici.

Penso che a tutti, magari di sfuggita, sia capitato di osservare una carta geologica (suvvia, non vergognatevi; è successo anche ai migliori!), magari senza coglierne appieno il significato (una volta mi è stato chiesto: “Ma adesso le fanno anche a colori?” Solo dal 1815, anno di pubblicazione della prima carta geologica…) e l’utilità: essa indica la distribuzione planimetrica dei corpi rocciosi affioranti nell’area coperta dalla carta stessa, utilizzando diverse campiture di colore e simboli codificati.

È quindi una riproduzione grafica della distribuzione di rocce e strutture geologiche sulla superficie terrestre; fondamentale strumento e fonte di dati per indagare l’evoluzione del nostro pianeta in quanto rappresentazione degli ambienti e dei processi geologici del passato.

Per comprendere appieno tutto questo, la mappatura dei corpi rocciosi deve essere affiancata da una serie di altre informazioni sotto forma di elaborazioni grafiche e descrizioni formali. Un esempio è dato dalla legenda, senza la quale sarebbe impossibile decifrare la carta.

A margine della parte planimetrica è poi quasi sempre presente uno schema dei rapporti stratigrafici, cioè una ricostruzione delle relazioni geometriche primarie esistenti tra le formazioni affioranti; queste ultime vengono rappresentate con spessori proporzionali allo spessore effettivo e sono sovrapposte o giustapposte in modo da evidenziare le geometrie bi- e tri-dimensionali effettivamente visibili nell’area rappresentata dal foglio, tenendo conto delle eventuali variazioni laterali come chiusure o passaggi eteropici ad altre unità. Vengono pure evidenziate le superfici di discordanza angolare, i corpi intrusivi e le aureole metamorfiche.

Precisiamo: uno schema dei rapporti stratigrafici non rappresenta una situazione “reale”, osservabile nella sua interezza, ma piuttosto è una sintesi ideale di diverse osservazioni effettuate sull’intera area della carta. È una sorta di “collage geologico” riassuntivo di una data regione geografica, se così vogliamo intenderlo.

Belluno geologica

Per capirci meglio facciamo riferimento a un esempio pratico; lo schema dei rapporti stratigrafici del Foglio 063 – Belluno, della Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000.

Ogni formazione geologica è caratterizzata da un diverso colore e da una simbologia grafica, oltre ad avere un indice numerico; ad esempio, la Dolomia Principale, alla base dello schema, è caratterizzata dal colore rosa, da un mattonato inclinato e riporta il numero 36. Essendo alla base e avendo il numero più alto, è la formazione più antica affiorante nell’area.

Vediamo poi che alcuni di questi corpi rocciosi (prendiamo come riferimento quelli centrali sui toni del verde, n. 30-29-28) passano lateralmente uno nell’altro interdigitandosi; si parla in questo caso di eteropia di facies, ossia due formazioni si sono depositate contemporaneamente in due ambienti sedimentari diversi, ma adiacenti e passanti l’uno all’altro con gradualità.

Fig. 2 – Schema dei Rapporti Stratigrafici del Foglio 063-Belluno della Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000.

Ritornando invece nella parte bassa, vediamo che le unità azzurre sono troncate da linee rosse, che indicano faglie attive prima e durante la deposizione. Il passaggio laterale tra una formazione e l’altra non è quindi graduale, ma brusco, mente il passaggio verticale è spesso dislocato dalle faglie stesse, creando una sorta di gradinata.

Questi sono soltanto alcuni spunti che ci vengono forniti dall’osservazione dello schema, non sufficienti per una completa ricostruzione paleogeografica, ma che risulteranno utili per il nostro scopo: svelare il geologo che si celava nei panni di Riccardo Licata!

Com’è triste Venezia?

Indosso allo scopo di nuovo per un momento la maschera del critico d’arte, per presentare l’opera di Licata che tanto mi ha colpito: Venezia (1982), tempera su tela, cm. 130X200 (Collezione Privata).

Fig. 3 – Venezia (1982), tempera su tela, cm. 130X200. Collezione Privata. Fonte: La Bottega del Quadro (per gentile concessione).

Secondo l’interpretazione ufficiale questo dipinto rappresenta un’ideale laguna, con i prati in primo piano, seguiti dalla spiaggia e quindi dal mare in cui si riflettono i palazzi veneziani, che appaiono in lontananza sullo sfondo. Una visione orizzontale del mondo.

Proviamo per un attimo ad immaginarla in verticale; panorama forse insolito, ma immediatamente riconoscibile. Almeno per un geologo.

Quello che si svela ai nostri sguardi è, a tutti gli effetti, un perfetto schema dei rapporti stratigrafici! Magari ingentilito dalla mano dell’artista, ma pur sempre, inequivocabilmente lui.

I segni di riconoscimento ci sono tutti: le diverse formazioni sovrapposte, ognuna con il proprio colore e i propri caratteri grafici in una successione verticale ordinata, i contatti eteropici di quelle lingue che si assottigliano una nell’altra da destra a sinistra e viceversa, le faglie che tagliano il rosa di sapore dolomitico e lo contrappongono alle sfumature del blu.

Non ne siete ancora convinti? Provate, anche solo con la fantasia, a ruotare il dipinto di 180°: otterrete praticamente lo stesso avvicendamento di colori osservato nello schema del Foglio Belluno, salvo una licenza artistica che ha sovrapposto le verdi formazioni cretaciche a quelle eoceniche gialle. Persino le faglie tornano al posto che la tettonica ha dettato loro.

Cosa dire, a questo punto? Forse abbiamo scoperto il lato geologico nascosto di Licata, forse lo abbiamo solo immaginato. Oppure abbiamo aggiunto un piccolissimo, insignificante tassello a un mosaico che pian piano sta prendendo forma: i confini artificiosamente tracciati tra le varie discipline della cultura sono così privi di significato che non possiamo dire dove finisca una e inizi l’altra.

Una successione di conoscenze eteropiche.

Ringraziamenti

Voglio ringraziare innanzitutto il curatore della mostra “Dolomiti d’acqua” Alberto Rossi, della galleria Bottega del Quadro, per avermi concesso di utilizzare l’immagine dell’opera descritta in questo articolo.

Vorrei poi fare un ringraziamento speciale alle splendide compagne di avventura durante le visite guidate, perché hanno dato fondo a tutte le speranze cercando di infondermi qualsivoglia nozione artistica, invano; in stretto ordine alfabetico: Annalisa “Cerchiella” Crose, Marta “Guida Galattica” Azzalini, Paola “Casetta del Fernet” Nard e Valentina “Velein” Gregato.

Manolo Piat (15 aprile 2017)

Benvenuto, Pitecum!

Pitecum è tra noi! A qualcuno potrà sembrare strano, quasi da pazzi, immaginare una realtà come questa in un mondo tutto rivolto alla produzione, alla crescita economica, al guadagno, dove gli aspetti culturali e intellettuali sono spesso relegati ai margini, nicchie sociali destinate all’estinzione; forse per questo quando parliamo di noi capita di cogliere nei nostri interlocutori una mal celata perplessità. Sentimento legittimo, ma che si trasforma ben presto in curiosità e vero interesse, con abbondanti dosi di sorpresa positiva, non appena ci vedono all’opera.
Non è affatto facile parlare di discipline come matematica, geologia, arte, letteratura senza incontrare un po’ di pregiudizio; o sei un vero appassionato, oppure queste sono materie che ti insegnano a scuola e quindi noiose, non c’è via di scampo! Ma è proprio così?

 

 

 

 

 

 

 

 

Certo, ascoltare interminabili lezioni su argomenti che non ci aggradano è frustrante, ma se oltre a parlare il nostro insegnante ci mostrasse, nel senso letterale del termine, alcuni aspetti curiosi e poco noti o che non sempre si trattano in classe, anche divertenti magari?
E se potessimo avere poi un ruolo attivo in questo modo di insegnare? Non solo ponendo domande, dialogando e avanzando delle ipotesi, ma avendo la possibilità (anzi, il piacere) di manipolare oggetti, toccare materiali, sporcarci le mani, provare, sbagliare e riprovare ancora: di sperimentare insomma! Cosa succederebbe? Ci troveremo nella situazione di imparare senza nemmeno accorgercene.
Questo è Pitecum: un contenitore di esperienze, uno spazio per creare idee e cultura. Con le nostre attività (laboratori, spettacoli e molto altro; seguiteci anche sulla nostra pagina Facebook e scoprirete tutto di noi) vogliamo offrire un modo nuovo e accattivante di imparare, condividere, divulgare.
D’altra parte, “se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco”; e se lo diceva Confucio qualcosa di vero ci sarà!